Log Book · 35 di 38
25 ottobre
- Data
- gio 25 ott 2012
Il giorno più lungo...
Scherzi a parte e nemmeno tanto…mortacci sua, il mio turno 24:00 | 03:00 inizia piacevolmente navigando come sempre tra la costa ed un corridoio di navigazione commerciale, tuttavia per via del vento da Sud per quanto possa stringere di bolina, in considerazione della nostra rotta, è inevitabile che io finisca ancora una volta per intersecare quel “corridoio” ed ottenere così due sgraditi risultati.
Principalmente il fastidio generato ogni volta che appariamo su un radar di qualche cargo che, con i suoi 15 nodi ca. di velocità deve stressarsi a capire dove stiamo andando e cambiare la rotta per evitare collisioni, se poi i soggetti coinvolti sono più di uno allora la cosa comincia a diventare più complessa e questo non è raro…
Quella degli avvistamenti e della gestione delle precedenze, il calcolo delle rotte di collisione e tutto quanto attiene queste tematiche spero avrò il tempo di trattarlo esaustivamente in altra occasione, per il momento basti considerare che è una delle cose più delicate di un watch ed anche tra le più pericolose, perché il mare è grande ma la legge di Murphy aveva considerato anche questo.
La situazione è la seguente, tanto sul monitor grazie all’AIS, che facendo una semplice torsione del busto di qualche grado verso destra, due cargo procedono da terga nella nostra stessa direzione.
Io per motivi “tecnici”, dal momento che stiamo filando a vela a poco più di 5 nodi, non posso stringere al vento più di quello che faccio e questo mi porta irrimediabilmente a procedere per una traiettoria convergente con quella dei due, dei quali uno è a ca. 1 miglio oramai da un pò e l’altro è più attardato.
A quella distanza di notte un cargo comincia già a metterti l’ansia anche se tutto è perfettamente sotto controllo, perché non vedi solo le luci di via in lontananza ma ne vedi la stazza e per quanto grande sia il nostro cat, 200 mt di nave sono sempre inquietanti…
Il punto è che il cargo sta procedendo a 5.3 nodi da un po’ e palesemente in attesa di comprendere stà benedetta barca a vela che pesci vuol prendere… ad un certo punto considerato tutto, decido di accendere un motore e con 1500 giri, arrivare a 7.5 nodi che mi permetterebbe di procedere parallelo a lui ma rimanendogli sempre davanti ed eventualmente incrociarlo con più margine in un lasso di tempo maggiore… tutto questo “studio” è durato circa un’ora e si è risolto sorprendentemente in 10 min, una volta che il cargo ha capito finalmente la mia strategia, ha cambiato passo e alla serafica velocità di 13.5 nodi, mi ha passato sullo stesso fianco con un guadagno apprezzabile a occhio nudo…mi è sembrato quasi di sentire le risate provenienti dal ponte di comando di quella nave oltre a qualche madonna in lingua straniera!
Il vento è già su forza 7 e abbiamo una mano alla randa ed una al Genoa che grazie ad un magheggio nel frattempo siamo riusciti a far funzionare, ed io nella quantità di navi che devo tener sotto controllo non posso non guardare quella dello smacco e pensare a quanto tempo le ho fatto perdere, ma per mare queste cose succedono e la prudenza non è mai troppa ed in fondo sono state giuste e legittime le scelte di entrambi…nel frattempo l’anemometro segna 36 nodi di vento.
Con la poppa di lei ormai un piccolo puntino nel futuro della nostra rotta, ad un certo punto mi rendo conto che sulla sua sinistra vi è un’altra luce.
Innanzitutto la tengo sotto controllo per capire appena sarà apprezzabile almeno con il binocolo cos’e’, da dove viene e dove va’…sfortunatamente non è dotata di AIS quindi non la vedo a monitor e conseguentemente posso solo procedere con il rilevamento a vista.
Per quanto riguarda le navi, una regola abbastanza grossolana vuole che le luci bianche sono più potenti ed in grado di far stimare la direzione perché quella a poppa più in alto dell’altra, queste sono visibili ad occhio nudo ca. a 20 min. di distanza mentre quelle di via rossa/verde a ca. 10 min.
In realtà esiste anche un parametro di distanza in miglia più che in tempo ma al momento non lo ricordo e non modifica la considerazione.
Appena possibile imbraccio il binocolo e cerco di vedere almeno un colore dal momento che le luci bianche sono tante e non mi sono di aiuto nel rilevamento se non a pensare che non sia un cargo…verde, credo di aver visto una luce verde, questo in linea teorica significa che, dalla mia posizione cioè alla sua destra, se vedo il verde allora vuol dire che questa procede nella mia stessa direzione, ma di conseguenza se si avvicina vuol dire che io sono più veloce.
Ad un certo punto, come troppo spesso accade per mare e nella vita, tra una considerazione e l’altra ciò che un momento ci appare lontano e distaccato, poco dopo diventa prossimo e minaccioso.
Per mare e di notte, è sempre un po’ rognoso essere sicuri di quello che si avvista perché quando non si riscontrano ed accertano tutti gli elementi conclamanti la tipologia, il verso e la velocità, rimane sempre il dubbio che una luce è lontanissima se è quella di un cargo ma è già li se è una barchetta di pescatori.
Saranno anche state le tre ore di timone intense che mi hanno sfinito, ma ad un certo punto ho dovuto decidere cosa fosse, dove andasse e come affrontarlo, per cui ho ritenuto che fosse un peschereccio con le reti in acqua, che procedesse nella mia stessa direzione e che dovessi superarlo sulle altre mura…
Non appena fatta la decisione, dovendo orzare sino ad andare completamente controvento, ho tolto motore, sono scappato a chiudere il fiocco per evitare che sventasse con quel vento, poi ho cominciato ad orzare, ma in tutto questo, come se non fosse già tutto sufficientemente stressante per me, questo peschereccio si è illuminato a festa facendomi 5 lampeggi con dei riflettori…e li mi si è ghiacciato il sangue.
Il mare e la vita non ammettono ne ignoranza ne indecisione, solo che il mare incassa subito e nel caso ti affonda, la vita se la prende un po’ più comoda e prima ti illude…
Esiste un precedente ovviamente, ed è di quelli che per me hanno il sapore del miracolo e che non stò nemmeno qui a descrivere con dovizia, ma sappiate che l’ultima e unica volta che ho visto fare cinque lampeggi ad una nave alcuni anni fa, dopo pochi secondi e più precisamente dopo che l’istinto mi fece dar timone e motore nella direzione opposta a quella che stavamo puntando, ho visto passare nel buio pesto di una notte memorabile la prua e la murata di un cargo di almeno 200 mt a pochi metri dalla nostra barca…ed anche se non è stata propriamente colpa mia, io sicuramente da persona più esperta ho fatto la mia parte di errori in quella, a posteriori, quasi fatale sequenza di scelte sbagliate.
Immaginarsi rivedere per me quei lampeggi, il cervello è andato in stallo, l’orientamento è andato per funghi ed io mi sono trovato a girare il plasticone su se stesso a 360° nel dubbio e poi, assicuratomi che non si avvicinava più, piano piano ho recuperato la mia rotta.
Non so cosa sia successo sul serio, e ci ho riflettuto tanto dopo perché questo gioco del mare è bellissimo, ma non perdona a questi livelli ed a me piacciono solo i rischi calcolati oltre alla mia naturale tendenza a non approfittare mai della mia buona stella…
A mente fredda mi sono dato una spiegazione, ma è inevitabile per me vedere come quella ferita di fatto sia così fresca e probabilmente, come nella vita, esistono delle cose che ti segnano per sempre e con le quali, irrimediabilmente, dovremmo farci i conti per il resto del tempo…ma questo era solo l’assaggio…fine del Watch vado a fare le nanne.
Al mio risveglio lo scenario è cambiato totalmente, la barca continua a sbattere violentemente contro un mare molto più aggressivo anche se di fondo si sente l’onda un po’ più lunga tipica dell’oceano.
Purtroppo, pur essendo passati tanti anni, a me tutta questa follia mi piace e quindi non soffro il mare ma anzi ho sempre fame e tutti mi prendono in giro quindi mi sono auto proclamato tamagochi ufficiale della barca, riesco a dormire in qualsiasi condizione e non mi sveglio se non per motivi naturali, tuttavia sono passate solo sei ore da quando comunque ho lasciato il timone al cpt con un forza 7 ma senza grosse preoccupazioni dopo quello che abbiamo già passato sin qui…
In realtà, nel farmi forza per il turno dato l’orario antipatico, la già poco semplice operazione di salire la scala per andare sul Fly mi preannunciava cosa avrei trovato.
Ale è stanco ed indossa la muta intera compresa di cappuccio e praticamente è un sommozzatore senza maschera e le pinne o più verosimilmente un maniaco pericoloso… al timone di un catamarano indemoniato in un mare con frangenti che è meglio non vedere ed una pioggia dolce scrosciante che si aggiunge alle secchiate d’acqua salata provenienti dagli schizzi dovuti alla polverizzazione dell’acqua ad opera della rete anteriore quando lo scafo, dopo ogni risalita di cresta cade a picco nel cavo dell’onda, frangendo e lasciando al vento violento il compito di inondare il Fly…che spettacolo!
Una follia del genere o ti ghiaccia il sangue o ti esalta, ed a me per fortuna ancora mette adrenalina in circolo, ma so che siamo vicini al limite e ne godo con il dovuto rispetto, sempre!
Timonare in queste condizioni non è uno scherzo, ci vuole metodo e costanza, il timone deve continuamente essere in movimento per compensare lo sbandamento della barca dovuta tanto alle raffiche quanto alle alte onde che frangono spostando di fatto e di potenza quello che una volta sembrava un guerriero mestoso ed invincibile.
Ale è sollevato di vedermi, non ce la fa più e mi lascia subito il timone, e dopo le due cazzate di rito per tenerci su il morale, ritorno solo a combattere questo nuovo round.
E’ diverso dalle altre volte, è tutto più serio e cattivo, non ho molto tempo per guardare gli strumenti, il vento poche volte scende sotto il 36 nodi ma ad un certo punto ho letto anche 43 nodi, ma è il mare il grande protagonista è lui che chiede rispetto e questo, penso sia solo l’assaggio.
Il vento viene da sud e quindi anche le onde per alte che siano non sono come quelle che non oso immaginare si generino quando il vento spira da Ovest e il mare si gonfia grazie ad un fondale che passa da 2000mt a 100 mt. ca. generando montagne d’acqua…l’ho già vissuto qualche anno fa sulla costa Atlantica della Francia quando abbiamo lottato per una notte con onde impressionanti e finendo a prima mattina nel porto di Les Sables d’Olonne con l’applauso dei passanti godendoci anche 5 minuti di gloria :)
In questi anni di esperienza ho imparato e compreso che, se si riesce a stare sempre un passo avanti al vento, cioè non farsi trovare mai sovra invelato, questi non è quasi mai un problema serio a prescindere dalla sua forza, il mare e le onde sono veramente il pericolo.
La barca attualmente, ha 3 mani alla randa e 2 alla tormentina e i miei compagni mentre io assurdamente dormivo narcotizzato dalla stanchezza, hanno combattuto l’inferno da qua sopra con il vento che ha sfiorato forza 11, con una velocità di 53,5 nodi con la Manu al timone…la solita fortuna dei principianti…scherzo ovviamente, ma sono qui per vivere questa esperienza sino in fondo e senza franchigia e non mi piace non far parte del gioco, ma so che è talmente lunga ancora che avrò tempo per “ripensare” attentamente a queste parole e certamente, pentirmene!
In questa situazione le cose da considerare sono principalmente due: La direzione delle onde ed il vento.
Le onde bisogna cercare di prenderle con un angolo decente e fino ad un certo punto non frontalmente ma leggermente in diagonale se possibile, come si farebbe con la macchina quando si passa su un dosso per intenderci.
La seconda riguarda il vento, poiché il nemico principale è la velocità che il vento imprime allo scafo nonostante la poca velatura. Tale velocità ha una duplice controindicazione tanto quando è troppa che quando è troppo poca.
Se è troppa, fa sbattere lo scafo sempre più violentemente contro le onde che, seguendo un altro “ritmo” solitamente più lento, finiscono per frangere continuamente ed ogni 5/7 onde si produce una somma che eleva la prua alle stelle per poi scaraventarla nel buio del cavo e la botta normalmente la senti direttamente alla colonna “verticale” se sei fortunato e la barca non ha ceduto in qualche punto.
Se è troppo poca, il problema è che non si riesce a governare con il timone e la barca rimane in balia delle onde senza poter avere la necessaria direzionabilità.
La tecnica in questo caso per rallentare, è sfruttare a proprio vantaggio un limite intrinseco nelle barche a vela che al disotto di un certo angolo, non producono forza di spinta.
Ecco quindi che nel caso del nostro catamarano che comincia a “portare” dai 45° in poi, facendo l’elastico e acquistando velocità prima per mettere la prua al vento poi, permette di giocare nel settore “morto” da 0° a 45° riducendo di fatto la velocità della barca.
In questo modo ad esempio, con scarsi 40 nodi di vento, riusciamo a fare meno di 3 nodi che però diventano subito 7 / 10 se anzichè orzare, poggiamo di qualche grado.
Le ore in questo modo volano via, tuttavia la stanchezza accumulata insieme allo stress è enorme, ed il ritmo a bordo cambia considerevolmente, perché si passa tutto il tempo a dormire o svegli per il watch, nessuna energia residua, nessuna attività altra, scrivere è folle come andare a bagno anche se spero una volta di fare anche su questo una mia dissertazione…certe posture e soluzioni meriterebbero un intero capitolo!!!
I ragazzi sono buttati a dormire dappertutto, il cpt si sta guadagnando lo stipendio perché non può lasciare loro da soli con un tempo simile, quindi dorme quando io vado su, ma sempre con un occhio aperto perché anch’io non ho autonomia su questa barca e quindi certe manovre posso farle solo con la sua collaborazione e supervisione.
Per quanto mi riguarda fino ad ora non ho mai avuto ne paura ne ho avvertito poca sicurezza, di fatto però c’e’ l’evidenza che la barca stà accusando il colpo perché non è fatta per queste condizioni e non è fatta per essere sferzata così o almeno è quel che sembra, ma noi si deve andare e la via è ancora lunga.
Se c’e’ una differenza tra i monoscafi da altura e quelli da porto, a maggior ragione stesso discorso vale per questi catamarani superlux che evidentemente non sono fatti per guardare mare e venti dritti negli occhi quando il gioco si fa duro, ma questo poco mi importa finchè non ritengo affetti la sicurezza o la nostra incolumità.
Quando salgo al turno successivo sono le 18:00 e nonostante il vento avesse dato la sensazione di mollare un po durante il giorno, la notte imminente è sempre più pericolosa, per cui in maniera cautelativa decidiamo di chiudere tutta la tormentina e di procedere solo con il motore e 2 mani alla randa.
Ovviamente, nemmeno a dirlo, il motore dell’avvolgifiocco non funziona, c’e’ troppa pressione sulla vela e questa sembra essere una delle maledizioni di questa barca dall’inizio del viaggio, infatti è da Kalamata passando per Barcellona che ho visto tecnici e specialisti alternarsi e sostituire di tutto su questi dispositivi, ma la risultante è che quando servono non funzionano e quindi bisogna tornare ad acqua e farina…
Il mare è sempre lo stesso e lo scafo si impenna e ricade ogni due per tre, e per avvolgere la vela manualmente c’e’ bisogno di andare a prua e farlo con il winch handler (la manovella per intenderci). Vivere questo mare, come ho già detto in precedenza, da 4 metri di altezza dà comunque una sensazione di relativo “distacco” da quello che avviene attorno, tuttavia andare a prua significa scendere nell’arena e combattere a mano…ma d’altronde anche questo è parte del suo compito.
Presi gli accordi su cosa avremmo dovuto fare entrambi ed alcuni segni convenzionali da usare per comunicare, il cpt si è infilato l’imbrago e con l’apposita cinghia di ritenuta, si è calato a prua scivolando dalla base dell’albero.
Vederlo li, abbracciato al meccanismo mentre cercava di assicurare la cinghia alla bitta per scongiurare la possibilità di essere ghermito da un’onda e portato via, mi ha fatto ricordare perché nonostante tutto, io abbia grande rispetto per lui come marinaio.
Sotto una pioggia scrosciante e con il sole già bello che tramontato, la scena è di quelle da film, e certamente la mia memoria ne farà tesoro per lungo tempo, ma è l’ora dell’azione ed entrambi dobbiamo essere coordinati ed efficaci.
Mentre lui tenta di avvolgere a mano la vela, agendo su un meccanismo che, per permettere alla forza di un uomo di contrastare l’enorme pressione del vento sulla vela deve essere necessariamente molto demoltiplicato, io devo parimenti lascare la scotta della vela in modo che man mano che lui recupera la vela gli vada incontro.
Ovviamente il problema è che in quella condizione precaria e con una montagna d’acqua che lo investe ogni 10 secondi costringendolo all’apnea per alcuni istanti, per quanto lui possa girare quella maledetta manovella all’infinito, la rotazione dell’albero è sempre minima.
Assistere a quella scena impotente ed ingiusta, mi fa venir voglia di andare a dargli il cambio, perché non possiamo stare a lungo con la vela che sventa nel vento con quella forza….se non mantenessi la scotta in tensione, la sua furia sarebbe pericolosa sia per me che per lui alla base.
Ma non posso, non è il mio compito e rischierei come altre volte, di finire poi in discussioni stupide di cui ho già le palle piene prima di incominciarle, per cui cerco solo di fare il mio, al meglio.
Ci vogliono quasi una ventina di minuti per concludere l’operazione, e per fortuna alla fine ci è venuto incontro anche il meccanismo originale che ha dato un minimo di mano al cpt nello sforzo che, quando è tornato su, giustamente si è buttato a terra stremato dalle forze, ma ancora una volta abbiamo fatto la cosa giusta…
La vela è dentro ed adesso possiamo affrontare con serenità anche i 40 nodi…